| Maurizio Franceschi, Un «buco nero» sul territorio, La Nuova Venezia, 30 novembre 2005 |
Il titolo di «città» è una cosa seria. I comuni se ne possono fregiare solo se esso viene loro conferito da uno specifico decreto del capo dello Stato. Gli agglomerati tinta pastello, accozzaglia di vetro plastica, che sorgono lungo le nostre autostrade spesso si fregiano invece del titolo di «city». Come balza all’occhio, è cosa ben diversa. Un po’ di portici, qualche piazza ben lastricata e grandi parcheggi non bastano infatti a ricreare la storia e la complessità di una vera città. Questi iper-mega-super centri che integrano il commercio all’intrattenimento e ai più disparati servizi alla persona vorrebbero essere città, ma non possono, e quindi diventano «city». Sempre più grandi e accattivanti le «city» alimentano l’unico consumo che non conosce flessioni: quello del territorio. Le zone, commerciali, del tempo libero e del terziario si succedono oggi in modo caotico, lasciando tra di essi solo miseri brandelli di territorio, assediati e dall’aspetto grigio e indefinibile. Eppure continuano a riprodursi senza soste e senza apparente logica. Kenneth Boulding, economista-ecologista, già negli anni ’60, sosteneva: «per credere che sia possibile realizzare una crescita infinita in una biosfera finita bisognerebbe essere o un pazzo o un economista». In questo caso si tratta di pazzi che, attraverso riuscite speculazioni immobiliari, comunque si riempiono le tasche con fior di soldoni. Le «city» sono diventate sempre più grandi e ingorde, sovvertendo l’ordinata rete gerarchica tra i centri urbani tracciata dalla storia e dai commerci e sconvolgendo la programmazione urbanistica ed infrastrutturale elaborata su ritmi decennali (il Piano Territoriale Regionale di Coordinamento vigente è stato approvato nel 1992) troppo lenti per contrastarli. Veri e propri «buchi neri» che attraggono a sé, insieme alle persone, attività centrali inizialmente nate per essere collocate nel cuore delle città con l’effetto, ben noto, di desertificazione e impoverimento dei nostri centri urbani. L’ultima «city» in progetto rivela, nel nome e nelle dimensioni, le sua ambizioni di grande «capitale» di questa «blob» artificiale che, in pochi anni, ha invasola pianura padana. «Veneto city» dovrebbe occupare 560 mila metri quadri, nel Comune di Dolo, tra l’autostrada A4, la linea ferroviaria Padova-Venezia, e l’innesto del Passante. Due milioni di metri cubi di cemento, magari «firmato» da qualche grande architetto, dove troveranno posto una piastra coperta di piccoli negozi, cinema, teatro, piscine, strutture per fitness, megacentro per convegni ecc. ecc. Tutte cose sbandierate e promozionate come «innovative» e «mai viste» e che invece sanno già di stantio e sbiadito. In questo caso di «eccezionale» infatti c’è solo la dimensione dell’area: almeno dieci volte più grande di quelle, pur mastodontiche, cui siamo già abituati. Si tratta di dimensioni destinate a moltiplicare in modo esponenziale i costi che conosciamo bene in termini di perdita di qualità del paesaggio, di difficoltà logistiche e infrastrutturali, di incremento della mobilità e dell’inquinamento. A questi si devono poi aggiungere i soldi, presi dalle tasche dei cittadini, e utilizzati per operazioni di riqualificazione, animazione e rivitalizzazione delle città (quelle vere), ma soprattutto la fine di tanti bei progetti (anche questi costosi) che riguardano la riconversione di Porto Marghera e dei siti industriali dimessi. Tutte iniziative che verrebbero messe fuori gioco in un battibaleno dalla realizzazione di un gigantesco magnete, posto al centro della tanto discussa «area metropolitana» destinato ad attrarre, insieme a masse di «consumatori», anche tutti i servizi «rari» localizzati e localizzabili della zona. |