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L’affaire Veneto City dichiara nel nome stesso che la questione non riguarda
Dolo e comuni limitrofi.
L’operazione Veneto City, lucidamente indagata nell’inchiesta di Renzo
Mazzaro per il nostro giornale, chiama in causa i destini dell’area centrale
del Veneto. Sarebbe riduttivo, pilatesco, truffaldino se la classe politica e,
più in generale, il ceto dirigente veneto delegassero al Comune di Dolo la
decisione se urbanizzare 560 mila metri quadrati di terreno. Volendo assumere un
termine di paragone, a Verona, alle porte della città antica, è programmato il
recupero dell’ex mercato ortofrutticolo, destinandone l’area di 59 mila
metri quadrati a nuova city per la finanza veneta. Una cittadella dove
dovrebbero a regime lavorare all’incirca tremila persone, dipendenti del
gruppo Unicredit, del Banco popolare di Verona, della Cattolica assicurazioni,
di altre istituzioni creditizie. L’investimento, promosso da Fondazione
Cariverona, Cattolica e Banco popolare è stimato in circa 200 milioni di euro e
richiederà almeno 5 anni di tempo quanto all’esecuzione dei lavori.
A Dolo è in gioco un intervento che si sviluppa su un territorio dieci volte più
grande di quello di Verona, con una richiesta di edificare 2 milioni di metri
cubi. A questo punto, introduciamo subito una domanda semplice semplice, una fra
le altre dei tanti quesiti irrisolti: ma se sarà consentito il placet ai
privati imprenditori mobilitati per l’urbanizzazione delle campagne di Dolo,
che ne sarà del recupero della zona industriale di Marghera? Il polo
industriale di Marghera è largamente dismesso, il governatore veneto Giancarlo
Galan preme affinché le imprese chimiche cessino ogni attività entro il 2015.
Misurando il tempo secondo i cicli di investimento e di ammortamento delle
aziende, vale a dire che Galan vuole che la chimica se ne vada da Porto Marghera
domani.
Tralasciando un’analisi puntuale sulla opportunità che l’Italia abbandoni
il presidio sulla chimica, rimane da capire quali nuove attività economiche
potranno effettivamente abitare a Marghera. E qui intendiamo enfatizzare la
relazione con Veneto City. Se a Dolo sarà concentrata un’enorme mole di
attività direzionali, di industrie innovative, di servizi avanzati, di
alberghi, che futuro potrà mai avere Marghera? Se Dolo catalizzerà un
imponente volume di investimenti, quanti denari resteranno in circolazione per
il recupero delle aree dismesse a Marghera e per l’invenzione di un nuovo
destino per la più grande e degradata zona industriale del Nordest?
Sono questioni che giriamo a chi ha responsabilità politica. Le giriamo al
presidente della Provincia di Venezia, Davide Zoggia, depositario con le recenti
riforme di considerevoli poteri in materia di pianificazione urbanistica. Le
giriamo al governatore Galan, che mantiene un ruolo incisivo nella
pianificazione territoriale e, più in generale, nella programmazione dello
sviluppo economico del Veneto. Le giriamo al sindaco Massimo Cacciari, che fra
le altre sfide è chiamato a misurarsi con il futuro possibile di Marghera.
Galan, Zoggia e Cacciari esemplarmente incarnano la figura dell’amministratore
che deve perseguire il «bene comune», che deve badare all’interesse
collettivo. Ebbene, a Zoggia e a Galan chiediamo se il «bene comune» consista
nell’assecondare il disegno speculativo di Stefanel, Biasuzzi, Endrizzi, che
sono i promotori di Veneto City. Chiediamo a Cacciari, a Galan e a Zoggia come
sta assieme il loro annuncio di voler dare un futuro a Marghera e l’operazione
di Dolo. Chiediamo a Galan, inoltre, se è vero che Veneto City potrebbe
ospitare un polo rilevante di uffici della Regione, perché Dolo sarebbe
baricentrica e facilmente raggiungibile dall’intero territorio regionale. Se
tale ipotesi fosse veritiera, ci permettiamo di osservare che sarebbe un
formidabile volàno, uno straordinario vantaggio competitivo riconosciuto a
tavolino ai promotori di Veneto City.
Chiediamo, infine, a Zoggia come possa far rientrare ex post nel suo neonato
Piano territoriale provinciale di coordinamento l’urbanizzazione di un’area
di 560 mila metri quadrati. Ma Zoggia, annunciando il Ptcp, non aveva detto che
era tempo di cessare la cementificazione del territorio? E Zoggia, Cacciari e
Galan non sanno forse che il Veneto è già pieno zeppo di capannoni con la
scritta «affittasi» o «vendesi» per la semplice ragione che il modello
produttivo classico è superato e, abbandonata gran parte della filiera
manifatturiera, per cui servono spazi molto meno abbondanti del passato?
A Cacciari, da ultimo, giriamo l’accusa rivolta all’amministrazione comunale
di Venezia da Adriana Marinese, primario imprenditore edile-immobiliare, che
contesta alla burocrazia di Ca’ Farsetti totale immobilismo, di non dare
risposte a programmi di intervento nella prima zona industriale di Marghera,
valutati a spanne 500 milioni di euro.
L’immobilismo del burocrate veneziano può divenire l’alibi per chi volesse
dare la precedenza a Veneto City
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